A trip around an Iceland – Da Reykjavik a Drangsnes

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di Dino

Parte 2_Penisola di Snaellsness e Westfjords

Day_1: Si impiega poco più di un quarto d’ora per salutare l’ultimo avamposto abitato della capitale Reykjavik, e in un semplice battito di ciglia ci si ritrova inghiottiti in una nuova dimensione, solo tu e una generosa Mother Nature. I percorsi stradali che circondano la capitale sono ampie carreggiate a più corsie degne di una città propriamente detta, ma nel procedere fuori il centro abitato la strada man mano s’assottiglia, assumendo l’omogenea larghezza del Hringvegur. Il rapporto tra viaggiatore e carreggiata diventa intimo e paradossale sin da subito: in sostanza, a mirar gli spettacoli islandesi, quella lingua d’asfalto appare più volte come un disgustoso pugno in un occhio, eppure quando la natura si ribella sembrano le linee immaginarie in cui riesci a sentirti pienamente al sicuro.

Per tutta la durata di un viaggio intorno l’isola, scordatevi mestamente qualsiasi forma di protezione, guard-rail o barriere di contenimento: anche a strapiombo a 50 metri sull’oceano in piena curva a gomito, non avrete il piacere di mirare fasciature d’acciaio. La stessa carreggiata termina ai due lati con un avvallamento piuttosto pronunciato, che pare si ha l’impressione che al primo passo falso vi ritroviate arenati con la macchina impantanata tra pietre vulcaniche di varia natura. A parte questo, il ring scorre piacevolmente, a una velocità massima di comodi 90 km/h.

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Pochi minuti di viaggio e si giunge alla bocca del tunnel di Hvalfjörður, un condotto lungo circa 5.700 metri a 165 metri sotto il livello del mare, che taglia il fiordo di Hvalfjörður e vi reimmette sulla retta via. Prima di giungere sulla penisola di Snæfellsness, avevamo deciso di fare tappa in almeno due località: la sorgente d’acqua calda più grande d’Europa, dalla portata di 180 litri al secondo, una temperatura di 97°C e l’impronunciabile nome di Delldartunguhver:

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e le cascate di Hraufossar (il suffisso -foss, a proposito, sta per cascate, questo per rendere più intuitiva la toponomastica da qui a seguire). Questa seconda tappa scardinò completamente le nostre aspettative, rendendole effimere baggianate eurocentriche: ai nostri occhi si presentò una parete rocciosa dalla quale sgorgava acqua purissima, come se l’acqua si facesse largo tra le solidificazioni vulcaniche di chissà quale magma ancestrale:

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Un angusto spazio quasi nascosto, tenuto a regola d’arte per il turismo, che ci stava aprendo finalmente gli occhi sulle meraviglie in cui avevamo deciso di imbatterci.

Proseguimmo poi verso la penisola di Snæafellsness, che abbiamo battuto su tutto il perimetro di costa da sud a nord. L’intenzione era quella di raggiungere un villaggio verso nord, più o meno nei pressi di Stykkishólmur, luogo in cui ci saremmo imbarcati verso i misteriosi Westfjords. La passeggiata sulla penisola risultò piuttosto piacevole, a mirare più volte le verdi venature di moss arrampicate sulle imponenti dorsali nere delle alture che ci circondavano.

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La nostra Kangoo procedeva villaggio dopo villaggio, mentre il sole faceva il suo dovere regalandoci spettacoli da tramonti mozzafiato:

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Svoltammo la punta della penisola e ci raggiunse la notte; continuammo ancora per qualche chilometro, nella speranza di trovare un centro abitato un po’ più vivo, ordinare una birra e immergersi tra i locali. Non fummo molto fortunati: riuscimmo a trovare uno sparutello pub piuttosto desolato, con avventori che ci squadravano manco fosse in corso un incontro ravvicinato di qualche tipo.

Fu il momento poi della nostra cena: avevamo con noi pasta, passata di pomodoro, pancarré e una discreta dose di scatolame vario. Per la stanchezza e un presunto omaggio a Kerouac, aprimmo un paio di barattoli di fagioli in salsa di pomodoro. Scegliemmo inoltre il luogo dove dormire, la prima sera: un piccolo promontorio nei pressi di Grundarfjörður che dava sull’insenatura di un fiordo. Già fantasticavamo un nostro risveglio con tanto sole, e all’apertura delle porte posteriori del nostro Kangoo lo spettacolo naturale del fiordo, ma…

Day_2: …un vento brutale cominciò a ninnare la nostra vettura sin dalla notte, generando ambientazioni da peggior pellicola sulla furia di streghe Erinni, causando non pochi problemi anche al risveglio, alla necessità di rimettere tutto il truciolo a posto, riabilitare la vettura alla ripartenza, e perfino all’… espletamento di alcune funzioni di vitale importanza. Dal fiordo ci accampammo in una stazione di servizio a Grundarfjörður: caffè, utilizzo dei servizi per un minimo di pulizia personale e calcolo dell’itinerario della giornata, oltre a qualche chiacchiera con qualche indigeno del luogo.

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Partimmo poi alla volta di Stykkishólmur, dove ci saremmo imbarcati per Brjánslækur, il primo avamposto dei Westfjords, la regione più remota di tutta l’isola. Nel traghetto insieme a noi vi erano altre tre vetture, tutti avventurieri come noi, e fu sorprendente che in seguito, in giro per i Westfjords, ci ritrovavamo in pratica continuamente, essendo gli unici impavidi a trotterellare sull’isola.

Giungemmo sui fiordi che il sole già tendeva a calare; scegliemmo uno spazio tra il primitivo e il selvaggio dove tentare di sfidare il vento e cuocere due pennette al pomodoro, uno scenario stile 2001: Odissea nello Spazio – ma la prima parte, dove scimmie semi-intelligenti tentavano di progredire. Il vento in sostanza raffreddava la parte superiore della pentola, e ne vennero fuori delle pennette pessime – a voler usare un eufemismo positivo. Ma la fame vinse su tutto.

Per la notte, forti dell’esperienza della notte precedente, decidemmo di raggiungere il villaggio di  Patreksfjörður e di scegliere un ‘parcheggio’ più riparato; l’opzione cadde sul porto del villaggio, belli e protetti da una parete rocciosa alta circa dieci metri e da un container abbandonato al nostro fianco. Il vento non l’avrebbe avuta vinta, finalmente!

Prima di concederci a Morfeo, vagammo un po’ per il paese, in una desolazione da peggior villaggio western dopo il coprifuoco. A un certo punto, mentre costeggiavamo il lungomare, decisi di fermarmi per una sigaretta. Sfregai il solfuro di antimonio di uno dei tanti bastoncini di legno che avevo con me, e diedi fuoco mirando il mare. Il cielo era scevro di nuvole quella sera, leggermente disturbato dalle luci artificiali che adornavano la costa, quand’ecco che a un bel punto mi ritrovo folgorato da una visione: una banda luminosa di un verde acceso squarciò il buio, e cominciava a serpeggiare repentina come un’anguilla in preda al panico; erano i protoni e gli elettroni carichi del vento solare che eccitavano e diseccitavano gli atomi dell’atmosfera, provocando una luce di varia lunghezza d’onda, o più volgarmente stavo in sostanza assistendo all’AURORA BOREALE, un’altra delle principali ragioni del nostro trip in Islanda, strategicamente nel periodo della sua attività.

Balzai in macchina e ci dirigemmo mesti su un punto più buio, lontano dalle luci del villaggio: poco più su, su un promontorio a strapiombo su un fiordo, ci sistemammo per un picnic notturno, svitammo il tappo della nostra Katla, un litrozzo e mezzo di vodka puramente islandese, e ci godemmo lo spettacolo. Mi risulta in verità piuttosto complesso descriverlo, ancor più immortalarlo!:

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era come una paralisi joyciana, dove il piacere dell’attesa di quel preciso attimo mi rese totalmente inebetito di fronte all’attimo stesso, come se non mi sentissi preparato ad accoglierlo, non ero pronto a reagire, e come se ogni reazione non fosse stata abbastanza.

Fu uno spettacolo senza sosta, il “quinto elemento” che si rivelava a noi, la Teophaneia. E in quel momento mi accorsi, volgendo lo sguardo al buio che ci avvolgeva, di una delle sensazioni che più ha caratterizzato l’intero viaggio: l’idea che su quell’isola ci sentivamo pienamente liberi, come se avessimo potuto fare qualunque cosa, come se l’isola tutta fossa nostra, di nostra proprietà. Heima, come direbbero i Sigur Rós.

Day_3: Il terzo giorno fu tutto dedicato all’esplorazione dell’area di Hvallátur, il fiordo dei Westfjords che vanta le più belle spiagge islandesi, oltre ad ospitare il sito più a ovest d’Europa. All’ingresso dell’area, un cartello indicava scrupolosamente la totale assenza di stazioni di servizio, “fate il pieno, o voi che entrate!” insomma, o son guai. Mai sottovalutare le indicazioni di un segnale stradale islandese, sono impeccabili e dettagliati, degni della vostra più devota fiducia.

Un piccolo mondo a sé, Hvallátur, con l’intera rete stradale disseminata di sterrato e ciottoli, dediti a crunchare sotto i nostri pneumatici, scenari mozzafiato e proverbiali curve a strapiombo. Interessante notare che nell’area si ritrovano diversi mezzi abbandonati: una imbarcazione andata chissà quando, chissà da dove, alla deriva sulle coste del nord,

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o velivoli americani risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, che hanno tentato atterraggi di fortuna nell’area. Nostro obiettivo era raggiungere il faro di Látrabjarg, il lembo di terra europeo più occidentale. Sballottamenti e arenamenti, ruote intrappolate e forzati più volte a tornar indietro nonostante la nostra 4×4, ci siamo tenuti impegnati l’intera giornata. Poco prima del faro, abbiamo fatto sosta in un’area camping iper-attrezzata – come tutte le aree camping dell’isola, in verità: comode panche in legno, servizi igienici eccellenti, acqua corrente, contenitori per la differenziata e aree circoscritte dove poter appiccare il fuoco.

Fu in quell’area che scoprii che in verità, nonostante la sua superficie enorme e i km privi di abitanti, non esiste fazzoletto di terra del paese che non sia proprietà privata: ogni ciottolino ha un padrone, e tutto ciò che il viaggiatore riceve in concessione è solo grazie alla gentilezza di questa meravigliosa gente. Vi è inoltre un’attenzione maniacale all’intero paesaggio: è difatti tassativamente vietato spostare anche una singola pietra da dove si trova, “può compromettere l’ecosistema!”. L’irregolarità insomma con cui la lava si dispone o si è disposta a suo piacimento, i capricci del mare o del vento hanno la priorità assoluta sulla mano dell’uomo; guai a guastarla, si rischiano sanzioni salatissime.

Nella stessa area camping ci raggiunse un tizio tedesco solitario e un tantino fuori di testa, uno di quelli che avevamo incontrato sul traghetto. Bevemmo un caffè e scambiammo due lunghe chiacchiere: Otto in sostanza sceglieva ogni anno la stessa meta, l’Islanda, e amava perdersi per giorni nel suo mega furgone, stile imprescindibile prescrizione medica per una vita migliore. Insieme ci recammo al faro, dove c’accolse un cartello più che eloquente:

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e uno scenario più o meno simile:

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Nel tardo pomeriggio ritornammo a Patreksfjörður, poi rotta verso nord, fino a Tálknafjörður, dove ci concedemmo un tuffo nella piscina comunale all’aperto del paese, nelle calde acque solforose e naturali e i loro 30°, mentre all’esterno le temperature si avvicinavano allo zero, restando comunque piuttosto clementi con noi, dato il periodo dell’anno e il 66° parallelo nord (fu così, tra l’altro, per tutta la permanenza nei Westfjords).

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Rilassati e dalla pelle soft come due infanti, pensammo di tentare l’intentabile, e provare a raggiungere la località di Þingeri, per poter da lì poi spingerci quanto più a nord possibile il giorno dopo. Il tragitto da Tálknafjörður a Þingeri prevedeva lo scavallamento di un altro fiordo, su per i monti e poi giù nella valle / costa abitata, per una durata di circa 2 ore e mezza – senza complicazioni. Fu un’avventura impervia, tra i momenti più ansiogeni dell’intero percorso: ci raggiunse presto l’oscurità, e il tragitto cominciava ad alternare tratti asfaltati a tratti dissestatissimi; le pareti rocciose che ci accompagnavano sulla sinistra avevano tutta l’aria di prestarsi ad una frana immediata, mentre il vallone che piombava giù a decine e decine di metri era chiaramente visibile per la proverbiale assenza di protezioni di cui sopra. L’unica sicurezza nel buio di una notte d’ottobre e d’Islanda erano i paletti catarifrangenti, degli oggetti non più alti di mezzo metro che accoglievano sereni le luci dei nostri fari, a dirci dove non avremmo dovuto sporgerci giammai!

L’ansia crebbe con il crescere dell’altitudine. Ci fu un momento in cui ebbi la sensazione di essere giunti alla controsoffittatura del cielo, lo spazio tra noi e gli astri era un’enorme calotta in vetro, claustrofobica, che a un certo punto sembrammo ritrovarci faccia a faccia con una costellazione. La nostra vettura continuava a condire il perimetro di quelle alture, mentre la luce fioca degli astri cominciò a infrangersi su varie chiazze di neve, donandogli visibilità. L’umidità pure aumentava, e cominciai a percepirla su ogni singolo sasso investito dal passaggio delle gomme, rendendoli in qualche modo più scivolosi. Con gli occhi sfondati e sgranati, ci tenevamo svegli celando le nostre paure in milioni di conversazioni, nel mentre raggiungevamo il tetto schiacciato del mondo.

Fu un sollievo discendere il fiordo, sentire che quell’incubo stava volgendo al termine. Ci ritrovammo nell’accogliente Þingeri in piena notte, senza anima viva ad accoglierci. Per la notte scegliemmo di fare sosta in un parcheggio completamente vuoto, dinanzi a una struttura che non ci era chiaro cosa fosse.

Day_4: Risvegliarsi un mattino nei Westfjords è una sensazione a dir poco straniante, dai tratti pacifici di un Paradiso Terrestre. Farlo nel parcheggio di una piscina comunale, senza manco conoscere le sane abitudini di un popolo, che preferisce passare un’oretta a mollo prima di andarsene a lavorare, lo è un po’ meno. Di certo, un po’ più caotico, perché ti può capitare – com’è capitato a noi – che la curiosità degli anziani del luogo li spinga a sbirciare nella tua auto, per cercare di capire quale passaggio spazio-tempo avesse spinto gli insoliti viaggiatori fin lassù.

Anziani che poi rincontrammo nella stazione di servizio prescelta per le nostre necessità, la colazione e il calcolo del tragitto di quella nostra quarta giornata islandese. Un’accoglienza, da parte dei locali, che era una festa. Chiedemmo informazioni su direzioni e località, usi e costumi locali. Ciò che mi colpì fu una espressione ripetuta da tutti, “I Westfjords non sono l’Islanda!, sono una nazione a sé”, e in effetti percepimmo la sensazione di essere stati catapultati in un luogo completamente nuovo.

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Da Þingeri raggiungemmo poi il villaggio più a nord visitato, l’avamposto più a nord d’Europa per entrambi: si tratta di Suðueyri, un agglomerato nascosto al di là di un tunnel che domina l’ennesimo fiordo, noto – stando a quanto riportato dalle varie guide – per essere stato un famoso centro per la pesca, in particolare delle aringhe, un aspetto di rilievo del paese, avendo fatto da traino all’economia islandese per decenni nello scorso secolo.

Oggi la pesca in Islanda è ancora una delle principali attività, ma non certo l’unica. A Suðueyri provammo a chiacchierare con alcuni operai di una Herring Factory, e ci spiegarono che il commercio continua specie con alcuni paesi africani. La cosa sorprendente di Suðueyri è il fatto che in uno sputo di paese a una manciata di chilometri dal Polo Nord, con una popolazione di appena 312 abitanti, in giro abbiamo conosciuto solo persone di origine polacca o thailandese: intere comunità trasferitesi in un buco dimenticato dal Padreterno, insediate da anni a trattare con le aringhe dei Mari del Nord.

Altra volontà fu quella di trovare del buon pesce fresco dello stesso mare, e prepararcelo al momento con tutta l’attrezzatura di cui disponevamo. Non fummo fortunati a Suðueyri, ma da lì ci spostammo a Isafjörður, dove riuscimmo ad accaparrarci un bel filetto di merluzzo fresco e tenero come lo zucchero filato. Ecco i resti del nostro pasto, degno di un re:

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Isafjörður è inoltre un accogliente centro cittadino che dà tutta l’aria di essere particolarmente giovane e all’avanguardia: ci trascorremmo l’intero pomeriggio, concedendoci un po’ di relax, prima di imbarcarci in un lungo viaggio di ore ed ore d’auto. L’intenzione, per quel giorno, era quella di raggiungere il lontano villaggio di Drangsnes, ultima tappa dei Westfjords. Eravamo stati piuttosto fortunati con le temperature, e a dare uno sguardo al meteo non sarebbe andata così per sempre. Già giunti a Drangsnes, dopo circa 4 ore di macchina, fummo accolti da una serata uggiosa. Pigliammo subito posto in un’area camping, dove il vento ci ululò nelle orecchie per tutta la notte.

Sembravamo in qualche modo salvi, eravamo usciti dalla zona più accidentata dell’isola ed eravamo stati particolarmente fortunati con le condizioni atmosferiche. Ma eravamo del tutto ignari di ciò che ci attendeva. E il viaggio, in ultima analisi, era ancora piuttosto lungo.

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