Armenia e Georgia (Orientale) in cinque e quattr’otto

Giorno #5_Giornata dei Musei & Leaving Yerevan.

Quinto giorno di viaggio, ultimo nella capitale Yerevan. Avevamo deciso, all’unanimità, di concederci una giornata più rilassante. I quattro giorni precedenti ci avevano visti affaccendati in mille cose, trasporti, viaggi, organizzazioni varie, ambientazioni, stanchezza, stress, felicità. Prima di spostarci sul lago Sevan, meta – serale – della giornata, abbiamo preferito farci un’ultima passeggiata per la città, e magari buttarci su qualche museo.

In generale, a me personalmente i musei non fanno propriamente impazzire. Diciamo che in genere ci vado solo se ne sono davvero interessato. E a Yerevan ne avevamo selezionati solo due: il Matenadaran, una biblioteca che custodisce antichissimi e rarissimi manoscritti, e raccoglie documenti perduti nel tempo, di quelli salvati dalle varie incursioni nemiche, e il Museo del Genocidio Armeno, il Tsitsernakaberd, ultima tappa che ci ha emotivamente distrutti.

In più, ci siamo concessi due passi in quegli squarci ed angoli della città che non avevamo ancora toccato, prima di raggiungere il primo sito dei due, ai confini nord della città.

Il Matenadaran svetta in fondo all’enorme stradone di Mesrop Mashtots Poghota. Dalla biblioteca, puoi arrivare con lo sguardo quasi al centro della città, e Yerevan ti appare come una modernissima metropoli d’altri luoghi.

All’ingresso della biblioteca, invece, ci dà il benvenuto lo stesso Mesrop Mashtots, linguista armeno, intento ad insegnare l’alfabeto di sua invenzione a un discepolo, oltre a tutta una serie di statue raffiguranti intellettuali e scienziati nazionali.

All’interno, poi, ci attendevano ben 17.000 manoscritti e circa 100.000 documenti medievali e moderni. Tra queste, opere filosofiche di autori greci e romani, manoscritti arabi e iraniani, e tutto l’immaginario possibile che circolava nel mondo noto e non noto, dai confini più occidentali della penisola iberica fino all’ultimo istmo anonimo nipponico. Affascinante era approcciare alla miriade di teche delicate, a proteggere patrimoni in ogni lingua possibile, attiva, viva o morta che fosse. Ebraico, amarico, italiano, latino, giapponese, bibbie illustrate, breviari dalle copertine articolate, raffigurazioni dorate e decorazioni con motivi classici, esempi di manga d’inizio ottocento, pergamene semitiche, pentagrammi italiani di metà cinquecento, e tanto altro ancora, tanto da comprendere che avevamo compiuto un’ottima scelta. No regrets.

Tra i tanti manoscritti, il più famoso è senza dubbio quello delle Omelie di Mush, un volume del XV secolo talmente pesante che, dopo il genocidio del 1915, fu diviso a metà da due donne per poterlo trasportare in un luogo sicuro. Il libro fu restaurato solo parecchi anni dopo, perché nel frattempo una delle due donne era emigrata in America.

Usciti dalla biblioteca, raggiungemmo esattamente il lato opposto della città, pronti a tingerci da capo a piedi di storia armena. Anche Gürkan comprese presto della fortuna di poter addentrarsi nell’ “altro punto di vista”. Prese dunque ad essere piuttosto eccitato all’idea, senza comprendere esattamente che direzione potesse pigliare la sua emotività.

Il Tsitsernakaberd sembrava strutturato per spremerti una spugna invisibile posta appena dietro l’iride, rastrellarti le corde della commozione per seppellirle infine in una fossa comune di uno dei due ventricoli, pronto a pomparle con fremito e vigore in ogni angolo del corpo.

Giungemmo su un’altura di pietra grigia, piatta e anonima, decisamente desolata, inebriata da una voce sirenica che sopraggiungeva da casse disposte in tutto il perimetro, e che non ci dette tempo di pensare di poterle resistere. Un soprano drammatico che ci traghettava negli inferi del museo, tutto articolato nel sottosuolo dello spiazzale. Qua e là, sprazzi di verde, filari di alberi piantati da leader stranieri che hanno riconosciuto il genocidio – tra cui anche esponenti del parlamento italiano –, nonostante le minacce di ritorsione da parte del governo turco.

La mostra inizia con i massacri del 1896 e del 1909 e affronta il tema del mancato intervento internazionale, passando poi all’uccisione degli armeni arruolati nell’esercito ottomano tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915. Un silente corridoio, tetro e soffuso, si curvava leggermente, a celarci impunemente la fine delle macabre visioni, di immagini, gigantografie di ominidi nudi mandati in esilio, con il terrore che gli sgorgava dalla carne, in scenari pseudo-olocaustici da far rabbrividire. Chiunque ci affiancava condivideva il rispetto di quelle immagini crude, in tanti non trattenevano le lacrime, me compreso, che nel perdermi in didascalie e rapporti di ambasciate del tempo, trasudavo senso di colpa per il semplice fatto d’aver ignorato, fino a quel momento, quell’immane tragedia umana.

Maria non faceva altro che entrare ed uscire dal bunker. Mi confessò poi che oltre alla necessità di calmare la profonda tristezza che le si andava esplodendo dentro, e il bisogno di respirare, propriamente, di tanto in tanto, doveva far fronte anche ad un’insana rabbia storica nei confronti del suo amico Gürkan. «Più volte sarei rientrata per dargli un ceffone, sai? Ero incazzata nera nei suoi confronti, ma non con lui. Sarebbe stato uno schiaffo come a dirgli: “…manco adesso sei capace di dire Sì, un semplicissimo Sì??”».

Dal canto suo, Gürkan tremava, e non era capace di stare fermo un minuto. Balzava da un’immagine all’altra, e come prima reazione, come improvvisamente ferito in un latente orgoglio patriottico, quasi sorrideva, inconscio e beffardo. Mi si avvicinava ad ogni gigantografia, che miravo con occhi sfocati, e cercava dettagli che mettessero in dubbio la veridicità delle foto. Al terzo tentativo, lo guardai fisso negli occhi, a fargli notare il mio, di stato, completamente scosso, sconvolto. Ero incazzato anch’io, in quel momento, e gli intimai di smetterla, di avere quanto meno la decenza di rispettare il dolore di quel momento, quanto meno il rispetto umano che colava a frotte da ogni dove; un istante dopo volli comprendere anche lui, gli ripetei il concetto con toni più pacati, provai a farlo riflettere. Uscimmo dal museo con un’aria tipo da purificati, come quando si tirano fuori tante lacrime, tante da non averne più, però dovute ad uno sfogo necessario.

[Consigliamo per chi volesse approfondire, oltre alle innumerevoli fonti storiche, anche il libro della scrittrice italo-armena Antonia Arslan “La Masseria delle Allodole“, da cui è tratto l’omonimo film dei fratelli Taviani]

Da lì, tornammo a casa di Levon, dove avevamo lasciato i nostri zaini da trekking, e dove la madre di Levon ci attendeva per uno spuntino, come lo avrebbe chiamato lei, ma che in realtà non avrei esitato a chiamarlo ennesimo cenone di capodanno, io. In quell’occasione, il papà di Levon, nella volontà di farmi compagnia al balcone per una sigaretta, e nel mio stentato russo, che però trovava pezzi perduti nei cassetti della memoria passo passo, mi chiese dell’esperienza del museo. Spese poi decine di minuti a illustrarmi, al balcone, com’era Yerevan ai suoi tempi, casa per casa, mattone per mattone, e mi intimò di tornare quanto prima in Armenia, ma non più per quattro giorni, bensì per almeno un mese, ospite fisso a casa loro. Come suo personalissimo amico.

In cucina, nel frattempo, si stava consumando un momento storico, a cui avrebbero dovuto assistere quanto meno due nazioni: Gürkan aveva portato in dono alla famiglia di Levon una bottiglia di Rakı, e si apprestava a prepararne un bicchiere per tutti, supportato dalla signora, intenta ad impararne le dosi esatte. Alla visione della scena, sorrisi tra me, e ribattezzai l’istantanea come “il Rakı della pace”.

A fine spuntino (o cenone, se preferite), un po’ brillo, Gürkan si isolò nei suoi pensieri. Io comunicavo con gli altri ma lo osservavo, sempre preoccupato che potesse sentirsi a disagio. Dopo un po’ si gira verso di me, mi versa ancora del Rakı, e con un’espressione che non gli avevo mai visto prima mi confessa l’inconfessabile: «in tutta onestà, Dino, se fossi io il governo turco, la prima cosa che farei, ridarei l’Ararat all’Armenia». Una personale ammissione, che decisi di tenermi in quel momento tutta per me.
Giunto il tramonto, Tygran si presentò sotto l’appartamento. Dopo ore di saluti lasciammo a malincuore Yerevan, e ci dirigemmo verso il lago Sevan. Avevamo deciso di trascorrere lì la notte e il mattino seguente, intenzionati in realtà anche a fare il bagno, ma non sapevamo che, nonostante agosto, ci aspettavano temperature decisamente invernali.

Quella serata la passammo in uno spartano bungalow di un area camping sul lago, imbacuccati a mo’ di peggior-momento-dei-giorni-della-merla. Tutto sommato non fu una grande idea, quella di andarsene per una notte sul lago, ma per noi fu un momento comunque intenso, chiusi in camera a bere birra, completamente isolati dal resto del mondo, senza né telefono né internet, a chiacchierare di noi, a confrontarci e a ridere a crepapelle di milioni di racconti. Un contrappeso emotivo che si rivelò fondamentale, in una delle giornate più intense del viaggio.

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