Armenia e Georgia (Orientale) in cinque e quattr’otto

GIORNO #2_In giro per Yerevan

La nostra prima alba armena ci ha sorpresi con gli occhi stremati, ma già pronti a saltar giù dal treno e perdersi nella capitale. La luce ancora orizzontale delle 7.00, si dispiegava su campagne a perdita d’occhio, fino a scrutare un orizzonte di un azzurro omogeneo, frastagliato soltanto dai contorni nitidi del monte Ararat, simbolo indiscusso dell’Armenia (anche se adesso in territorio turco), il famoso monte di biblica memoria, dove l’arca di Noè si posò dopo il diluvio. L’Ararat sta a Yerevan come il Vesuvio sta a Napoli: elemento imprescindibile, emblema geograficamente indissolubile dalla città, decantato in ogni forma artistica, dal cinema alla musica, che suggerisce nomi a brand nazionali di tutti i tipi, stilizzato a ogni pronta occasione. Eppure, nonostante la sua imponenza, quei delicati pendii sono ormai politicamente fuori dal territorio nazionale. È come arrivare a Napoli, e mirare il cono vulcanico di qualcun altro. Alla sola idea, ti pervade una sensazione di generale resa patriottica incondizionata.

Alla stazione ci stava attendendo Levon, il cugino armeno di Maria, che ci ha accompagnato a via Teyran, non prima però di averci mostrato un po’ la città che si destava, sonnacchiosa e deserta. In un inglese a tratti brutale, mi faceva notare i palazzi antichi sparsi un po’ ovunque, tutti eleganti e squadrati dal tipico tufo rosa, in contrasto con un selvaggio avanzare di una modernità che rischiava di far dissolvere quella che lui ancora amava chiamare “la Città Rosa”. Ci ha lasciati in uno dei tantissimi spazi verdi della città, a nord-est, dove attendiamo la ragazza che ci avrebbe fornito le chiavi del nostro appartamento armeno, il tetto che ci avrebbe ospitato per i prossimi quattro giorni (abilissima, Maria, in questo, in quanto aveva prenotato l’appartamento di Yerevan e quello di Tbilisi a non più di 35 euro a notte – diviso tre -, appartamenti, tra l’altro, di tutto rispetto, con tutti i comfort – in quello di Tbilisi c’era addirittura la radio nella cabina doccia. Tutto trovato sul comodo e sicuro www.airbnb.com, un sito che consiglio vivamente, attivo a livello internazionale ma particolarmente usato nei paesi dell’est, dai Balcani al Caucaso).

Doccia e pisolino doverosi, e ci siamo ripresentati alla città all’ora di pranzo, a caccia di un ristorante. Le strade di Yerevan colpiscono per ordine e spaziosità, circondate ovunque dal verde, una sensazione di pace e rilassatezza, e baciate in quella occasione da un tiepido sole primaverile. Confortati da queste caratteristiche, e facilitati dalla geometria urbana circolare, abbiamo impegnato l’intero pomeriggio con una piacevole passeggiata. Dal nord-est della città, ci siamo diretti verso sud-est, prima. L’ultimo avamposto cittadino è stato la Cattedrale di Surp Grigor, la prima vera cattedrale moderna di Yerevan, che sorge su una collinetta all’incrocio tra Khandjian Poghots e Tigran Mets Poghota. A pochi passi, Piazza della Repubblica, completamente circondata da edifici in tufo rosa, con il centro circolare di un lucido marmo.

Risaliamo poi verso nord, percorrendo il viale Mesrop Mashtots, uno dei più moderni della città, completamente invaso dalla globalizzazione: negozi di lusso, boutique di moda, ristoranti esclusivi e centri commerciali all’avanguardia. Il tutto inserito nel solito scenario pulito, netto, “europeo”. Il bel viale sfocia in Piazza dell’Opera, il centro della città, con l’omonimo teatro che ne fa da padrone, ma tutt’intorno c’è spazio per giardinetti, un laghetto, caffè all’aperto, e la statua del compositore Arno Babajaininan, mito nazionale, da queste parti, che s’impone nel suo gesto pietrificato di scagliarsi appassionatamente sui tasti di un pianoforte di marmo, col tipico nasone caucasico (caratteristica effettivamente comune a tutti i passanti, a dir la verità).

Appena dietro Piazza dell’Opera, si trova la Cascata, una maestosa scalinata in pietra intervallata da aiuole fiorite e sculture di arte moderna.

Per mancanza di fondi, l’opera non è completa, ma si possono facilmente aggirare i lavori e raggiungere la sommità della collina, che ospita il Monumento per il 50° anniversario dei Soviet dell’Armenia, e una veduta mozzafiato di tutta la città. Sullo sfondo, ovviamente, un malinconicissimo Ararat, che spinse Maria ad isolarsi, e a sprofondare nei propri ricordi e pensieri.

Un blocco di marmo sulla sommità spiega l’esigenza armena di ripartire dall’arte, “l’avvio di una nuova era di progresso e resurrezione culturale”. Poco a lato, si stagliava Maria, anch’ella perduta in rimembranze risorte, rievocate dal Monte Perduto, e legate alla sua famiglia, direttamente coinvolta, al tempo, nel dramma storico del genocidio armeno. Con voce sommessa, cominciò a raccontare di parenti lontani uccisi dai turchi, o costretti ad emigrare in Russia, così da portare lei a sentirsi russa, ma indissolubilmente legata a quel paesaggio, a quella terra, a quel monte, contraendosi in una genesi introspettiva nostalgica, e a tratti rabbiosa. A quel punto s’avvicinò un Gürkan ignaro dei nostri discorsi, e si trovò, da turco, un dito (russo-)armeno bonariamente puntato contro. Di tutta risposta, la sua reazione, da buon turco, fu il minimizzare a oltranza, e apportare giustificazioni lontane dal fulcro della questione, che ci giravano intorno, “era una guerra, e abbiamo ammazzato di più… poi, voi non sapete… i francesi! C’erano i francesi che volevano creare disordini a est per disperdere le truppe turche! Ma i turchi lo intuirono in anticipo e agirono prima!…”, che insomma facevano acqua da tutte le parti.

Nel rispetto delle due versioni, io, mediatore improvvisato, ponevo le mie domande, nel tentativo di capirci anch’io di più, e di portare entrambi a una condivisione comune. Il limite della pacifica conversazione lo si raggiungeva sempre al pronunciare la parola “genocidio”, con un Gürkan che non riusciva in nessun modo a dargli rilevanza semantica alcuna.

I borborigmi diedero tregua alla ricostruzione storica, ma l’Ararat ci aveva regalato davvero un bel momento di condivisione, di quei tipi di confronto storico che inevitabilmente portano avanti le generazioni che non hanno alcuna responsabilità, mossi da un certo tipo di patriottismo, di attaccamento alle radici, che ti può far sentire tuo il tuo Paese per intero, il suo territorio, il suo passato, il suo bene e il suo male, tutto insomma, e pronto, tu, ingenuamente e inconsciamente, a difenderlo a spada tratta. Alle volte.

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